I Rush sono una storica band canadese attiva dalla fine degli anni ‘60, che nel corso dei decenni ha anche rinnovato più volte il proprio stile, la cui matrice si è assestata nella seconda metà degli anni ‘70: ispirazione pop-rock-progressiva, con sfumature rock metal che hanno certamente influenzato tanto prog-metal degli anni 90 e 2000 (Dream Theater su tutti). Testi filosofici e fantascientifici, chitarre e bassi in high gain, tastiere analogiche, tempi dispari e un sapore epico ma condito con una dose di ironia, che ha preso il cuore di uno zoccolo duro - e tutto sommato numeroso - di fans che adorano da sempre Geddy Lee, Alex Lifeson e Neil Peart.
Nel 2018 i Rush annunciano la fine della carriera, dopo varie reunion e concerti sempre trionfali, e nel 2020 viene a mancare il batterista Neil Peart, vero e proprio motore della band, non solo ritmico ma anche filosofico, essendo l’autore della maggior parte dei complessi testi della band. E dopo qualche anno di comprensibile smarrimento, i due superstiti decidono di voler creare le condizioni per un tour mondiale, per festeggiare i 50 anni di carriera. Il problema era trovare un degno sostituto dell’amatissimo Neal Peart, cuore, anima e “impalcatura” della band.
Il momento di Annika
Sorprendendo molti, Geddy Lee e Alex Lifeson decidono di coinvolgere Annika Niles, una batterista tedesca, 43enne, con molte collaborazioni come session woman, ma soprattutto una tournee di grande successo con il compianto Jeff Beck. Quale che sia la ragione per cui Lee e Lifeson l’abbiano scelta, certamente hanno messo Annika Niles di fronte a una grande opportunità, ma anche a un enorme rischio professionale e umano: da una parte imparare in poco tempo una incredibile mole di canzoni tutte tecnicamente molto complesse, dall’altra, convincere una platea fatta in buona parte di maschi tradizionalisti, ipercritici e attentissimi ai dettagli tecnici, ma anche comprensibilmente molto legati al ricordo di Peart. Cosa sarebbe successo all’esordio della band in tour? Peraltro esordio a Los Angeles, non certo in qualche provincia dimenticata del MidWest.
Quello che è accaduto ha dell’incredibile. Non solo Annika NIles ha imparato perfettamente tutti i brani delle varie scalette del tour (quindi, TANTI, ed è interessante su questo la bella intervista di Rick Beato), ma è anche riuscita a suscitare un ENTUSIASMO PLATEALE nei fans, che l’hanno seppellita di applausi a ogni fill di batteria, e su tutti i brani suonati.
Cuore e determinazione
Questo è successo perché non solo “li sapeva tutti” (e già lì, puoi essere anche molto brava o bravo, ma la memoria mentale e fisica è tutta da vedere), ma anche per il carisma con cui ha serenamente imposto la sua presenza sul palco, trasmettendo fiducia e sicurezza ai due frontman e di conseguenza al pubblico. Basta vedere uno dei mille spezzoni ripresi dagli smartphone, che girano su Facebook o Youtube (e soprattutto i commenti) per rendersi conto facilmente di cosa sto parlando: si va molto oltre la “professionalità”, questa splendida donna ha messo cuore e anima nel suo ruolo, comprendendo perfettamente il valore del suo predecessore e rilanciando con passione e determinazione. Con tutto da perdere, peraltro.
Qui il video della prima esecuzione di Tom Sawyer, con uno dei più noti e amati “fill” di Neil Peart (e leggi anche i commenti!):
È stato incredibile anche l’effetto che ha avuto su di me, che di certo non mi considero un “fan” dei Rush (anzi, direi di averli sempre snobbati e senza rimpianti). Mi guardo questi spezzoni, e mi commuovo nel vedere una donna letteralmente e sinceramente esaltata da arene di Boomer e Gen Xers.
Un messaggio di grandissimo valore, per tutte le donne, soprattutto le giovanissime che ambiscono a diventare musiciste (e non TikTokers che suonano), e per la musica suonata, che per fortuna non morirà mai, ma che si giova certamente di una bella rivitalizzata dal mainstream!
(La foto cover è di Chris Young per THE CANADIAN PRESS/)